Year: 2015-2016
32 giclée prints
20x25 cm
wood framed

Stanze, spazi, universi

This work is the result of some ordinary coincidences as well as the expression of a personal need: my permanent research of a mysterious balance between an internal dimension and the external world. I receive almost every year the catalogue of a very well known Swedish furniture firm and I often read its Internet version, published in may languages. This catalogue has come to be part of my everyday life when I renewed my house: I used to browse it from time to time and I looked at the images it showed conveying a universally shared representation of intimate space and way of living, recognizable everywhere in the world.
The virtual version of the catalogue is even more interesting than the paper one (and of the showroom space of the shop). So many information and layers are conveyed: virtual pages, words and images, virtual interfaces and interactive links.
This pushed me to explore my own perception of my intimate everyday space: how can I represent it? How the intimacy of a place that I call home can meet the extimacy of a superimposed space like the one presenter in the catalogue? Can these images dialogue in some ways and tell stories?
The space I work on is a threshold space in which the relationship between images, intimate reality, perceived reality and storytelling can be possible. I'm not really representing my home but rather exploring a place which becomes such in the moment in which I photograph it.
I scanned certain pages of the catalogue, used the screenshot tool on my computer, then shot other images at home and combined everything together as if it was the same space.
I deliberately mixed different photographic languages in order to keep a multi dimensional perspective: the apparent depth of a space which is bi-dimensional in reality (catalogue page) is confronting with the flat images that I photographed in a tridimensional space (my home).
I was also struck by the kind of language used in the catalogue to push people to build up their own intimate space. I studied the marketing strategies, colors, lettering and recreated some messages. Words are like coordinates needed to move in this not-so-real space. I dismantled and built up a new catalogue page which conveys different emotions and meanings.
The relationship between images, space of the catalogue, of the Internet interfaces and of the exhibition gallery deserve to be explored: it leads us to discover new points of view in order to redefine a threshold where, between intimacy and extimacy, we can tell our own history. “I am the space where I am” (Arnaud, N., L'état d'ébauche).

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Critical statement by Manuela De Leonardis

Punto, virgola, due punti: il racconto visivo di Stanze, spazi, universi è enfatizzato dal segno, interprete addomesticato delle possibilità (e delle elucubrazioni) del linguaggio pubblicitario. Anche il colore (sempre sottotono e dominato dal bianco) associato alle forme geometriche sottolinea, nel lavoro di Novella Oliana, la definizione del concetto, fornendo gli strumenti per accompagnare l’osservatore in un viaggio che sconfina ambiguamente tra realtà e finzione.
Punto di partenza è l’analisi intorno al tema dello spazio, con le riflessioni che ne seguono. Uno spazio inteso come summa di elementi diversi, indipendenti da qualsiasi gerarchia in termini estetici, che si sovrappongono creando quasi dei “fotomontaggi naturali” come è la stessa fotografa a definirli.
E’ interno questo spazio di cui viene svelato parzialmente il contenuto, fornendo informazioni attraverso la sottrazione di elementi, dettagli di una quotidianità solo apparentemente armoniosa e rassicurante.
“Lo spazio prende forma quando cominciamo a guardarci intorno”, affermava Lewis Baltz. Ma cosa succede se si guarda da un’altra parte? Se, come ci indica Guido Guidi, il bordo della fotografia diventa il limite tra questa e la vita? Se il vuoto stesso è spazio?
Nutrita dallo stimolo impellente di quesiti come questi, che aprono ad una visione più ampia della fotografia contemporanea - indirizzata da una formazione che comprende lo studio di grandi maestri come Luigi Ghirri e la partecipazione ai workshop di Franco Fontana, Mario Cresci e Augusto Pieroni - Novella Oliana intraprende il suo sentiero personale di sovversione della percezione spaziale.
In Stanze, spazi, universi c’è la volontà di creare una sorta di percorso “segnaletico” che rifletta anche il concetto di identità e di archivio, oltre che diventare uno specchio dei cambiamenti della società, specie nell’ultimo ventennio. Intanto, in questo corpus fotografico la grafica è così chiara ed esplicita da contrastare nettamente con le immagini, di contro alquanto ermetiche e depistanti.
Il catalogo di oggetti e arredi della più nota azienda multinazionale svedese, fonte dell’intero lavoro, contiene nell’interpretazione di Oliana la negazione della sua funzionalità. Nel messaggio della ditta, costruito intorno a meccanismi di produzione di massa per un pubblico globalizzato, quindi asservito ai codici del consumismo, che propone uno stile di vita occidentale in cui gli oggetti di “buon gusto”, dal design moderno (ma a basso costo) ordinati e organizzati tra loro aiutano a rendere la vita più facile s’insinua, infatti, la metafora sulla funzione stessa dell’arte di creare un mondo a parte. Fortemente caratterizzato dall’impronta individuale, il sistema dell’arte potrebbe essere un’alternativa all’omologazione, come allude la presenza della tela bianca sul cavalletto.
Affascinata dall’idea di spazio fittizio “uguale dappertutto che non cambia mai” - come è lei stessa a sottolineare - la fotografa prende in esame tutti i cataloghi pubblicati dalla nota ditta in giro per il mondo, notando che l’unica differenza di contenuto è di natura linguistico-segnica. Non ci sono altri indizi di riconoscibilità. Procede, quindi, selezionando e rielaborando alcuni pensieri volanti (in italiano, francese e inglese) che fissa ricorrendo alla scrittura, traccia per la decodificazione di un determinato luogo geografico, oltre che “filo che riempie lo spazio”, che dà ritmo al racconto fotografico. Le fotografie estrapolate dal loro contesto originario vengono accostate ad altre scattate dall’autrice, in parte attingendo alla propria sfera intima e personale.
Lei stessa si mette in gioco (sempre con estrema discrezione) “entrando nel catalogo”, quindi occupando uno spazio all’interno del lavoro. Questa sua traccia mimetizzata è proprio l’elemento di raccordo tra realtà e artificio, senza che venga mai dichiarata la natura né dell’una, né dell’altro. Una convivenza che lascia nel dubbio l’osservatore.
La continuità narrativa è affidata in maniera significativa alla scelta della palette che, proprio come richiede l’espediente del marketing, non presenta colori “ribelli” (vivaci e saturi) ma decisamente spenti. I luoghi stessi sono avvolti dalla luce diffusa, stabile e tranquillizzante, certamente di supporto nella creazione di un mondo sereno, quasi sognante. Insomma un mondo “liftato” che tenderebbe a negare l’imperfezione. Ma è proprio qui che s’innesca il cortocircuito creato da Novella Oliana. I frammenti di spazi domestici abitati, isolati dalla fotografa, suscitano emozioni contrastanti. Chi l’ha detto che la casa è un guscio protettivo, contenitore di gioie e ansie? Basta la presenza della soglia, del limite - che sia una tenda o una parete piastrellata - a mettere in dubbio l’idea stessa di certezza, fiducia, sicurezza. L’ignoto spaventa anche quando, oltre la finestra, c’è un giardino.
(Manuela De Leonardis)