Scriveva Fernando Pessoa che “(…) siamo come un piroscafo che incontra un altro piroscafo e c’è una strana nostalgia del passaggio”. Quando mi capita di spostarmi è raro che possa fare a meno di immedesimarmi nel ritmo degli altri con una curiosità da esploratrice.
So infondo che non riuscirò mai a capire, a farmi una ragione della ruga fra gli occhi del mio dirimpettaio di posto in treno, dell’aria assorta e leggera della signora della fila opposta alla mia, dell’ansia dell’uomo che vedo correre dal finestrino e che invece il treno lo sta per perdere. Ma allo stesso modo, senza voler capire nulla, io mi perdo nella loro vita e la immagino, la riscrivo e cerco di raccontarla, come se fossi il Dio dei destini che si diverte a scrivere copioni che tutti possono reinterpretare.
E poi si, tutta questa nostalgia quando ci si perde fra gli sguardi, persone di passaggio che forse non incontrerò mai più. Mi assale una malinconia ma subito una risoluta rigidità mi impedisce di crogiolarmici.
Eppure io so che possiamo non perderci: è un abbandono questo che sa di sollievo, un arrivederci distratto, un congedo spontaneo, così com’è il transitare da una banchina all’altra di una stazione, da un treno all’altro. Fluido.
Lo spazio dei luoghi accoglie tutti i destini e tutti i pensieri che si intersecano e volteggiano, si accarezzano e si scontrano, tutti insieme.
Che cos’è il viaggio infondo. È perdersi.
Per questo mi piace il passaggio: perché mi permette, spesso, di tornare indietro e di immaginare, raccontare, come se fosse assolutamente reale, una vita che transita in uno spazio neutro, di conservarla nella mia mente, di congedarmi altrettanto distratta, per poi rimpiangere la sua permanente o semplicemente apparente assenza.